Annibale Salsa

Autonomia e stato moderno

L’anniversario dell’Accordo De Gasperi-Gruber (5 Settembre 1946) offre l’occasione per riflettere sul tema dell’autonomia trentina. Di questi tempi tale riflessione viene però ad assumere un significato diverso rispetto a quello di una ciclica rievocazione. La stesura del terzo Statuto è alle porte e, pertanto, le comunità trentine e sudtirolesi si stanno interrogando intorno al loro futuro destino di Provincie autonome. I tempi mutano con estrema rapidità: sembrano voler travolgere il passato con un’ansia di nuovismo fine a se stessa non disgiunta da tentazioni dissacratrici. Occorre affrontare, quindi, il tema fondamentale dell’autonomia sulla base di una rinforzata consapevolezza e responsabilità. Non si deve trattare della semplice riedizione di vecchi schemi, aggiornati tuttalpiù attraverso qualche correzione tecnico-giuridica.
In un’epoca come l’attuale, in cui si fanno nuovamente sentire le sirene dei nazionalismi e dei centralismi in versione tardo-moderna, il tema dell’autonomia dei territori (prima ancora che delle istituzioni!) richiede di essere affrontato in maniera radicale partendo dalle fondamenta.
Il contesto storico-politico in cui gli Statuti speciali sono stati inseriti nella Costituzione della Repubblica Italiana (1948) era caratterizzato dalla fine di un regime ultranazionalista e centralizzatore, dove la parola «autonomia» suonava irriverente e antinazionale. Le prime comunità a subire il vulnus del centralismo livellatore sono state quelle appartenenti a culture e lingue minoritarie poste a ridosso delle Alpi e predestinate ad una morte annunciata o ad una subalternità senza speranza.
Già alla caduta del regime fascista (8 settembre 1943), alcuni intellettuali valdostani e valdesi avevano affrontato clandestinamente la questione di una possibile ed auspicata rinascita delle storiche forme di autogoverno alpine. Veniva compilata, in tal senso, una «Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine» (19 dicembre 1943), nota come «Carta di Chivasso», di cui ho ampiamente trattato in miei precedenti articoli. In estrema sintesi, tre erano i punti fondamentali individuati da quel documento: 1) autonomie politiche e amministrative; 2) autonomie culturali e scolastiche; 3) autonomie economiche. Il campo di applicazione era molto ampio in relazione alle specifiche materie di competenza regionale. Tuttavia, tali richieste partivano dal presupposto che le autonomie fossero legittimate dalla condizione di minoranza etnolinguistica o religiosa di quelle comunità.
Anche in merito alla questione sudtirolese, il fattore decisivo che convinse il legislatore costituente a introdurre lo Statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige/ Südtirol era l’esistenza di una maggioranza di lingua tedesca meritevole di un risarcimento morale dopo vent’anni di vessazioni. Su tale evidenza ha fatto leva, con grande lungimiranza politica, lo statista trentino Alcide De Gasperi. L’accordo con Karl Gruber e la creazione di un’unica Regione – anche in forza della presenza in Trentino di due minoranze di lingua tedesca (i Mòcheni della Valle del Fersina e i Cimbri di Luserna) – hanno reso possibile l’estensione del primo Statuto alla comunità trentina. Negli ultimi anni, sia nell’opinione pubblica che nel mondo della politica italiana, si sta facendo strada l’idea che le Regioni e le Provincie autonome non abbiano più ragioni sufficienti per continuare ad esistere. Non ne viene più compresa la funzione se non per quelle realtà, come la Provincia di Bolzano, contrassegnate da una forte presenza di popolazioni alloglotte, ossia parlanti una lingua diversa da quella nazionale. È a questo punto che si impone una riflessione radicale. Una riflessione che spieghi sia alle comunità locali, che non sempre ne sono consapevoli, sia a quella nazionale che, nella stragrande maggioranza, è disinformata su tali tematiche, quali sono le vere motivazioni dell’autonomia dei territori delle Alpi.
Un’autonomia che va ben oltre i 70 anni dell’Accordo De Gasperi-Gruber e che necessita di essere rivisitata in chiave storica e politologica al fine di ricavarne spunti preziosi per il futuro. Anzitutto, è da sottolineare il fatto che la nascita dello Stato moderno – lo Stato-Nazione centralizzato sul modello giacobino-napoleonico «uno e indivisibile» – rende non compatibile con la nascente struttura politico-amministrativa l’esistenza di comunità che si governano autonomamente all’interno dei nuovi “sacri” confini. Nelle formazioni statuali di antico regime gli Stati avevano una prevalente caratterizzazione multietnica e multilinguistica. Le forme di autogoverno rappresentavano la risposta dei poteri politici del tempo alla necessità di incentivare l’insediamento di popolazioni in territori morfologicamente difficili come le terre alte delle Alpi. Gli incentivi per realizzare tali obiettivi erano proprio le concessioni di autonomia sotto varie forme: vicinie, regole, consorterie, degagne, ripartizioni fiscali (escartons). Il fine era chiaro: rendere la montagna abitabile in permanenza fornendo agli abitanti garanzie di natura giuridica ed economica. La pregiudiziale etnolinguistica non aveva motivo di esistere in quanto non vi erano minoranze rispetto a supposte maggioranze. Le giustificazioni delle autonomie alpine erano prettamente economiche, demografiche e sociali. Ogni comunità seguiva le proprie consuetudini culturali e parlava la propria lingua senza imposizioni. La politica e l’ordinamento giuridico perseguivano questi unici scopi. L’avvento dell’età moderna cambia radicalmente gli scenari. Non soltanto la Francia centralista ma anche altri Paesi introdurranno limiti all’autogoverno delle piccole comunità. La stessa monarchia asburgica, attraverso il «riformismo illuminato» di Giuseppe II, intercetterà il vento del centralismo. Le autonomie dovevano essere, infatti, progressivamente eliminate. Ai primi dell’Ottocento, sotto amministrazione bavarese-napoleonica, le «vicinie» e le «regole» vengono tacciate come «illecite combriccole di popolo», ridimensionate anche dopo la Restaurazione ed il ritorno degli Asburgo. Così si spiega il rifiuto della richiesta di autonomia trentina da parte della Dieta Tirolese. Il modello autonomista si eclissa rapidamente dall’orizzonte politico europeo. Lo spopolamento delle valli alpine incomincia così a farsi preoccupante. Le montagne diventano le nuove barriere fra gli Stati nazionali trasformandosi da territori di «confine» (parola che rimanda ad una prossimità inclusiva e permeabile) a territori di «frontiera» (fronti di guerra e linee di esclusione). Gli sciovinismi linguistici e gli etnocentrismi prendono il sopravvento negli Stati totalitari fra le due guerre. Ecco, quindi, che alla fine della seconda guerra mondiale si affaccia il problema della tutela delle minoranze oppresse alle quali si dovrà giustamente riconoscere libertà di lingua e cultura. Il concetto di autonomia assume, pertanto, una forte connotazione etnica e linguistica fino a costituire una pregiudiziale dirimente rispetto alle regioni mono-linguistiche. Alla luce di queste considerazioni occorre ritornare alle origini delle autonomie alpine per fare un po’ di chiarezza. Altrimenti, si corre il rischio che soltanto l’appartenenza ad una minoranza possa giustificare l’autonomia speciale. In tal caso, per il Trentino si aprirebbe una stagione davvero poco incoraggiante.

Prof. Annibale Salsa

Commenti

commenti

Tags:  

Lascia una commento

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Risolvi l\'operazione per dimostrare di essere un utente umano * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.