Giuseppe Zorzi

A settant’anni dall’Accordo Degasperi-Gruber

L’Accordo di cui noi oggi celebriamo il settantesimo anniversario viene sottoscritto dall’Italia e dall’Austria nel pomeriggio del 5 settembre 1946, a Parigi, nel contesto della cosiddetta Conferenza di pace dei Ventuno, i Paesi usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale. Passerà alla storia con il nome di “Accordo Degasperi-Gruber”, dal nome dei due firmatari: da una parte Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri per l’Italia; dall’altra Karl Gruber, ministro degli Esteri per l’Austria. Verrà recepito come allegato IV del Trattato di pace tra le Potenze vincitrici e l’Italia.

Il testo dell’Accordo si compone di tre articoli, brevi quanto densi, scritti in inglese.
Nel primo articolo i due firmatari si impegnavano a “salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico” degli “abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano” e di quelli dei “vicini comuni bilingui della provincia di Trento”.
Nel secondo articolo, sempre il Governo italiano, nell’esercizio della sua piena sovranità, concedeva alle “popolazioni delle zone sopraddette” “l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo”. La determinazione del “quadro” (nella versione originaria inglese: “frame”) nel quale applicare “detta autonomia” avrebbe comportato una “consultazione” (“consultation”) “anche” con “elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca”.
Infine il terzo articolo, più attinente alla politica estera: il Governo italiano, “allo scopo di stabilire relazioni di buon vicinato tra l’Austria e l’Italia”, si impegnava a consultarsi con quello austriaco ed “entro un anno” a provvedere ad una serie di questioni, prima fra tutte la revisione del regime delle opzioni imposto ai sudtirolesi da Hitler e Mussolini nel 1939.

La brevità di questi articoli non deve farci dimenticare le difficoltà delle trattative precedenti, ovviamente a partire dalla ferma volontà dei sudtirolesi di ricongiungersi con l’Austria. La svolta cruciale in favore della posizione italiana e quindi del mantenimento del confine al Brennero si ebbe il 24 giugno 1946, allorché – presidente di turno il russo Molotov –, il Consiglio dei ministri degli esteri delle potenze vincitrici si esprimeva appunto in questo senso. Nelle settimane successive, sempre su pressione del Foreign Office inglese, italiani e austriaci avviavano trattative dirette.

Ancora il 2 settembre la proposta italiana trovava però resistenze. Soprattutto non c’era accordo sull’ambito territoriale dell’autonomia, che De Gasperi voleva esteso alla Provincia di Trento in una comune cornice regionale. Per lo statista italiano non era cosa da poco se i trentini, tra Ottocento e Novecento, avevano già maturato una sensibilità autonomistica, tanto più se questo era avvenuto a parti “rovesciate”, come cittadini austriaci di nazionalità italiana. Su questo punto cruciale il compromesso si sarebbe trovato solo nella serata del 4 settembre: non si parlava più di “struttura” e di “circoscrizione” (“structure and circumscription”) dell’autonomia e del suo ordinamento ma di “frame” – “quadro” in italiano –, appunto per indicare la cornice generale nella quale applicare “detta autonomia”, da determinare “consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca”.

Il termine frame era evidentemente molto più aperto e generico del binomio “struttura”/”circoscrizione”, al punto da oscillare fatalmente tra una interpretazione di stampo giuridico, che guardava ai poteri e alle garanzie dell’autonomia e una accezione, per così dire, più “geografica”, con riferimento al possibile ambito territoriale dell’autonomia.
Era l’anticamera per una lunga serie di discussioni e precisazioni da ambo le parti. Ma per Gruber e De Gasperi il termine “frame” fu piuttosto una scelta consapevole per andare al di là delle contingenze del presente e di non poche questioni di carattere interno. La politica tornava così a farsi forte della virtù della pazienza per declinare in termini di convivenza, nel tempo della storia e nei limiti del possibile, lo spirito positivo originario contenuto in tre brevissimi articoli.

Quel 5 settembre 1946 non doveva però chiudersi così. Come è noto, alla firma dell’Accordo sarebbe seguito un importante scambio di lettere – ancora una volta in lingua inglese – tra gli stessi De Gasperi e Gruber.
Da una parte il primo assicurava che il Governo italiano sarebbe stato sempre disposto a prestare “careful attention” a quei suggerimenti che il Governo austriaco avesse desiderato far presente circa la migliore soluzione sulla materia in oggetto. Una apertura, questa, che la delegazione austriaca si affrettò subito a ricondurre al diritto di intervento dell’Austria nella questione sudtirolese.

Dall’altra Gruber rispondeva manifestando la propria “soddisfazione” per quanto raggiunto nonché la speranza che tutto ciò potesse divenire il punto di partenza per un positivo sviluppo delle relazioni tra Austria e Italia. Chiudeva dicendosi fortemente colpito dallo spirito di imparzialità e franchezza con cui il suo primo interlocutore aveva trattato le questioni dibattute. Un sentimento di rispetto subito ricambiato da De Gasperi con convinzione.
Allo statista trentino non restava che convocare la delegazione italiana. Sapeva che non tutti avevano apprezzato questa sua apertura al principio di “limitazione della sovranità totale per ammettere la protezione internazionale delle minoranze etniche”. Ma come volle precisare in quella occasione, era anche per “esperienza personale” che non poteva ignorare “il travaglio delle minoranze”.

Certo la storia successiva dei rapporti italo-austriaci e, più in specifico, tra trentini e sudtirolesi, avrebbe conosciuto non poche incomprensioni, il Los von Trient e persino gli anni delle bombe. Ma non volendo fuoriuscire dal tema e dai minuti qui assegnatimi vado subito a chiudere con tre brevissime note a margine. La prima: nello scenario internazionale bipolare del secondo dopoguerra non può certo stupire se sia la Realpolitik delle 4 potenze vincitrici a fare da cornice storica a questo Accordo. Presa nell’insieme della sua complessa dinamica, essa finì indubbiamente per favorire la posizione italiana. Decisiva, almeno da parte degli Alleati, fu la volontà di non penalizzare eccessivamente un grande Paese dalla posizione strategica come l’Italia, dove, tra l’altro, c’era il Partito comunista più forte d’Occidente. Costante fu anche il timore che l’Austria potesse prima o poi finire nell’orbita sovietica … e certo Bolzano era più a sud di Innsbruck!

La seconda nota, quasi speculare alla prima: a maggior ragione si sarebbe potuto non andare molto oltre rispetto alle decisioni prese già in giugno dalle 4 Potenze vincitrici. A maggiore ragione va ricordato quanto intere popolazioni uscite dalla guerra sconfitte stavano allora subendo altrove in Europa. Ed infine, a maggior ragione, non va persa di vista “la storia degli effetti” dell’Accordo, dal 1946 ad oggi. Una Wirkungsgeschichte certo non lineare, a volte molto sofferta. Ma anche una storia che ha fatto via via di questa regione Trentino-Alto Adige/Südtirol un modello europeo di convivenza e di benessere. Non possiamo certo dimenticare lo straordinario sforzo di tessitura di coloro che a vario titolo e con lingua materna diversa hanno reso tutto ciò possibile insieme alle rispettive comunità di riferimento. Non possiamo però nemmeno pensare – come emerge ormai dagli studi storici più seri – che se oggi la maggior parte della classe dirigente e della popolazione delle nostre due Province può parlare dell’Accordo come Magna Charta della nostra autonomia, sia poi possibile mettere in secondo piano il nesso profondo con il modo stesso di intendere la politica da parte di coloro che diedero l’impulso iniziale. Coniugare una strategia prudente e concreta con lo slancio e la generosità della visione è arte rara da statisti, che nessuno può liquidare, a seconda degli interessi, ora come frutto di ingenuità, ora come cinismo, o peggio ancora come espressione di “furbizia”.

La terza ed ultima nota riguarda il rapporto tra trentini e sudtirolesi. Se ci atteniamo alla storia, già prima dell’Accordo ci sono secolari forme di interazione e scambio, una comune propensione all’autogoverno a livello di valle e da parte trentina istanze autonomistiche che non hanno aspettato la ratifica giuridica del secondo dopoguerra per creare, già sotto l’Austria, una diffusa sensibilità popolare in questo senso. Quanto al dopo, si possono certo mettere in evidenza luci e ombre ma è un fatto che in 70 anni di vita queste due autonomie speciali cresciute in un comune quadro regionale siano diventate piante rigogliose e dalle radici profonde come da nessuna altra parte d’Italia. Questa non è storia di privilegi, e nemmeno di beni acquisiti una volta per sempre. È piuttosto il riflesso di una intuizione comunitaria dai risvolti pratici, che da tempo ha preso questa “terra tra i monti” come casa. E che va alimentata quotidianamente con almeno 4 ingredienti: responsabilità, sobrietà, spirito solidale e capacità innovativa anche a livello istituzionale.

In un’Europa che a volte sembra smarrire le ragioni stesse per cui è nata – essere cioè unità nella diversità per una pace e democrazia il più possibile condivise –, nei prossimi anni avremo sempre più bisogno di camminare insieme. Non si dovrà avere paura di studiare il “mondo di ieri” già sui banchi di scuola. Ma con un respiro europeo. Dovremo fare memoria di grandezze ed eroismi, ma anche di sofferenze e ingiustizie su entrambi i fronti. Senza trionfalismi. Senza sterili nostalgie. Cercando di metterci nei panni dell’altro. Comunque con la volontà di guardare avanti. Soprattutto insieme alle nuove generazioni.

E allora non basterà procedere secondo i bisogni e le urgenze contingenti. Servirà ancora una volta la forza e il coraggio della visione. Per reinterpretare insieme, di volta in volta nella storia mutevole, il nostro specifico destino di “ponti” tra nord e sud, nonché tra tradizioni, culture e lingue diverse. Anche in prospettiva euro-regionale. Dove si sono mossi passi importanti. E dove ancora una volta un buon passo da montanaro, una visione d’insieme ed un vero gioco di squadra ci potranno portare più un alto della disinvolta fretta di chi sale senza misurare le proprie energie e scorgendo solo un tornante alla volta.

Utili alle nostre comunità, certo. Utili ad un’Italia che sia capace di accogliere la sfida di un regionalismo responsabile e solidale differenziato. Ma anche decisi a spendersi per un rinnovato “sentire comune” tra Italia e Austria. Non certo per tornare a parlare di confini e barriere. Utili insomma a quella che l’ultimo De Gasperi, non a torto, volle chiamare la “patria Europa”…

Prof. Giuseppe Zorzi

Intervento integrale, tenutosi in sala Depero del Palazzo della Provincia di Trento, il 5 settembre 2016 in occasione della Giornata dell’Autonomia 

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