Renzo Tommasi

Considerazioni sulla Cooperazione di consumo trentina

Di solito si parla di pace quando c’è guerra, di amore quando c’è odio, di lavoro quando c’è disoccupazione, nel nostro caso di crisi del consumo cooperativo quando di fatto c’è una crisi dei valori cooperativi. Proprio ora, leggiamo su “La Cooperazione Trentina” c.m., che “l’UNESCO ha riconosciuto l’idea e la pratica di interessi collettivi attraverso la cooperativa nella lista dei beni [391 finora riconosciuti] che formano il patrimonio culturale immateriale dell’umanità”. E noi trentini, che vantiamo ancora una componente vitale della nostra cultura tradizionale di autogoverno nelle cooperative di consumo, siamo in procinto di smantellarle, proprio ora che vengono riconosciute come patrimonio culturale. Ne sono coscienti i presidenti delle Famiglie cooperative? Ci deve pensare la Germania, dove un quarto della popolazione appartiene ad una cooperativa, a far sì che l’UNESCO riconosca come patrimonio culturale immateriale una cooperativa in quanto “associazione volontaria che fornisce servizi di natura economica, sociale e culturale ai suoi soci al fine di migliorare il loro tenore di vita, favorire la soluzione di problemi comuni e promuovere un cambiamento positivo. Sulla base del principio di sussidiarietà, le cooperative consentono di creare comunità attraverso gli interessi e i valori condivisi dai propri membri per implementare soluzioni innovative ai problemi della società: dalla creazione di posti di lavoro [vedi SAIT e COOP Alto Garda alle cronache] all’aiuto alle persone anziane, dalla rivitalizzazione urbana alla realizzazione di progetti di energia rinnovabile. Tutti possono partecipare ad una cooperativa e i soci hanno la possibilità di acquistare azioni e prendere parte al processo decisionale [leggi: una testa un voto] sulla sua direzione futura [leggi: autogestione]”. A questa rappresentazione essenziale ci sarebbe da aggiunge che una cooperativa deve essere in grado di salvaguardare il patrimonio accumulato dei soci e, se possibile, accrescerlo in capitale e in buone pratiche, in quanto patrimonio intergenerazionale, e consegnarlo in eredità nuove generazioni di cooperatori. Chiarito ciò, vengono spontanee due domande: quanti presidenti di Famiglie cooperative sono volontari, intendo in base al precetto di Raiffeisen e di don Guetti, ossia con solo il rimborso spese? Come presidenti puntiamo al riconoscimento sociale o agli interessi personali nel gestire beni collettivi?
Per concludere, è evidente che negli ultimi decenni si sia snaturata la missione. Da un sistema a rete di enti di primo grado Scarl, consociati in un ente di secondo grado (il consorzio di riferimento, SAIT) e rappresentati dalla Federazione in quanto centrale di servizi, di tutela e di rappresentazione sindacale, si è passati attraverso le fusioni (privilegiando l’aspetto commerciale-finanziario a quello sociale) a un sistema di scala, comprimendo la rappresentanza degli enti di primo grado, professionalizzando i presidenti rendendoli dipendenti, in quanto salariati, dell’ente di secondo grado, del Sindacato Agricolo Industriale Trentino, che strategicamente ha puntato a diminuire la rappresentanza delle comunità territoriali (Famiglie Cooperative) per trasformarsi non dichiaratamente in una Spa, ciò che invece sta accadendo palesemente nel credito cooperativo sulla base di criteri prudenziali suggeriti dalla BCE e trasformati celermente in legge dal governo Renzi-Padoan (benché sia prevista la salvaguardia per la Regione Trentino-Südtirol), in una forma di delirio dell’idea e della pratica di interessi collettivi (e delirare etimologicamente vuol dire “uscire dal solco”). Si badi bene, tutto ciò portato avanti da chi non rischia capitali propri bensì quelli comuni (considerati a torto di tutti e di nessuno) e collettivi e ritagliandosi degli stipendi che nulla hanno a che vedere con il volontariato.
Ora, gioco forza c’è una crisi di credibilità del nostro sistema cooperativo, perché ha tradito i principii, i propri soci e le proprie comunità, in nome di che cosa? Della redditività o del Redde rationem? Di questo passo non c’è da stupirsi se a breve l’UNESCO casserà il Trentino, da sempre esempio internazionale di cooperazione integrata e integrale, in quanto incapace “a custodire gli elementi e le espressioni del proprio Patrimonio Culturale Immateriale”, a detrimento della rappresentazione pubblica del sentimento autonomista e delle consolidate, ma sotto attacco, pratiche di autogestione.

Renzo Tommasi

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Un commento di Considerazioni sulla Cooperazione di consumo trentina

  • Milos  says:

    Scavando più a fondo e vedrai emergere anche altri tratti:ad esempio la crescita esponenziale della figura del Manager/ che ha costituito nell’immaginario il nuovo Eroe vincente, mettendo a tacere tutti gli altri e le altre categorie Sociali. Un eroe che scalza il valore della funzione sociale cooperativa e pianta nell’anima il parassitismo delle piccole bande o “lobby di potere”.

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