Renzo Tommasi

I danni dell’autoriforma del Credito cooperativo

Le recenti elezioni nazionali, con l’affermazione di partiti o movimenti antisistema, hanno rimescolato le carte della prospettiva economica. Il voto popolare ha decisamente misconosciuto la politica degli interessi elitari che a suon di leggi e decreti ha cercato di imporre la primazia del mercato globale, ai fini della “globalizzazione” e dell’alienazione, a scapito di primitivi sistemi economici di autogestione territoriali funzionanti e funzionali. Si pensi al credito cooperativo e alla legge anticostituzionale del febbraio 2016, firmata da Mattarella, Renzi e Padoan, che obbliga (o così ce l’hanno fatto credere, perché basterebbe leggere le Norme di attuazione della legge emesse da Bankitalia per capire che non è così) le nostre Casse Rurali ad aderire ad una capogruppo S.p.a. e a finanziarizzarsi.

Che ossimoro legislativo è dover aderire a un gruppo bancario cooperativo che abbia come capogruppo una società per azioni? Come si può garantire la natura e le finalità cooperative all’interno di un Gruppo bancario cooperativo dove la capogruppo è una S.p.a. (Art. 41 della Costituzione) e le proprietarie controllate/asfissiate sono società cooperative (Art. 45)? Come si può fare affinché l’interesse della Capo Gruppo o del Gruppo non vadano a scapito dell’interesse della singola C.R. e del suo territorio ma sia sempre garantita reciprocità di interessi?

Nel caso Trentino, essendo la Capogruppo integrata nel quadro della vigilanza regionale prevista per le Casse Rurali locali, che in questo specifico caso sono, in parte, anche le proprietarie “affiliate”, non è pensabile che soprattutto quest’ultime dovrebbero essere soggette a una specifica supervisione o super-revisione cooperativa? Invece il processo avviato, chiamato spudoratamente di “autoriforma”, va nella direzione opposta alla missione del credito cooperativo: spoglia i territori dei loro risparmi, spostandone la gestione altrove (mera illusione che la sede della capogruppo rimanga a Trento). Un progetto, però, non ancora concluso, stando alle parole preoccupate del governatore Visco, che invece le cugine Casse Raiffeisen hanno già definito. Un processo di consolidamento nei due gruppi bancari cooperativi nazionali (ICCREA e GBC) condotto con scarso rispetto della cultura e situazione bancaria preesistente, con una grande capacità distruttiva e scarsa capacità costruttiva, con una elevata confusione manageriale che li ha portati in un caos organizzativo e all’annientamento della funzione di terzietà delle Federazioni cooperative. Siamo ancora in grado di porvi rimedio per evitare che la funzione creditizia cooperativa contribuisca alla diffusione della finanziarizzazione completa dell’economia e alla concentrazione della ricchezza, innescandola fin dentro quelle piccole comunità che l’ha espressa in nome di un’impropria diffusione di “rigidità” decisionali non adeguata alla natura democratica di questi enti. L’Italia delle Banche di Credito Cooperativo è una realtà presente in quasi tutte le regioni, soprattutto nei centri minori una volta prevalentemente agricoli.
Che cosa fare per evitare – se il processo risultasse politicamente inarrestabile – che una Holding (creata ex legis) espropri servizi e dipendenti ad una Federazione Trentina della Cooperazione che gli ha sviluppati in oltre 100 anni di storia? Come si può resistere all’imposizione di cessazione, a causa di un contratto di dominio a cui sono vincolate le C.R./B.C.C., delle attività di impresa svolte dalla Federazione per travasarle nella Capogruppo? La prima e principale urgenza è riportare i bancari cooperativi a fare i bancari e non i banchieri. Cioè a raccogliere il risparmio e impiegarlo al servizio dei soci clienti della banca, per scopi produttivi che portino benefici ai propri soci, clienti, alla banca stessa, alla collettività servita. Si può ipotizzare che la Capogruppo, accanto a una “direzione” squisitamente tecnico bancaria, preveda una “direzione” o un “comitato di direzione” (con cabina di regia in Federazione) a ispirazione e cultura cooperativistica, a garanzia e tutela delle peculiarità genetiche (storiche, costituzionali, legislative) delle BCC/CR ora “affiliate”/“asfissiate”? Se le Federazioni vengono smantellate chi si occuperà di tutelare e promuovere il movimento cooperativo?
Considerazione finale: come mai le operazioni di fusione e incorporazione delle C.R. trentine invece che produrre economie di costo (visto che non hanno azionisti da remunerare) hanno prodotto immediatamente un vistoso aumento dei costi di servizio a carico della clientela, anche a quella più indifesa dei soci anziani?

Renzo Tommasi

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